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2. Le componenti del PIL dal lato della domanda
2.1 I consumi e gli investimenti
Buona la dinamica dei consumi delle famiglie La spesa delle famiglie residenti in Italia per beni e servizi, tornata ormai dal 2022 sui livelli pre-pandemia, si è stabilizzata nel 2024, con una crescita annua contenuta pari a +0,4% e un’entrata nel 2025 con un'eredità statistica di +0,4%. Come atteso, è venuta meno l’inerzia positiva del periodo 2021-2022 che era legata alla volontà delle famiglie di recuperare i consumi compressi e posposti durante la crisi sanitaria del 2020. Perciò, la spesa sembra aver assunto una dinamica più debole, con un profilo trimestrale, comunque, per lo più crescente (+1,0% nel 1°, -0,3% nel 2°, +0,6% nel 3° e +0,2% nel 4°). Nello scenario previsivo del CSC, i consumi crescono del +0,8% nel 2025 e del +1,0% nel 2026, sostenuti dal reddito disponibile reale, in moderato ma costante aumento.
In normalizzazione la composizione tra beni e servizi Nel 2024, la crescita registrata dai consumi di beni (+0,5%) è da attribuirsi principalmente al marcato aumento della spesa per i durevoli (+4,6%), mentre i semidurevoli sono scesi (-2,4%) e i non durevoli sono cresciuti debolmente (+0,3%). Riguardo la spesa per servizi, dal 2022 ad oggi era cresciuta più della spesa per beni, dovendo recuperare un gap significativo rispetto ai livelli precedenti la pandemia: recupero che si è verificato solo nel 2024, con una crescita annua del +0,5%. La spesa per beni, invece, ha toccato un massimo nel 3° trimestre 2022 già sopra i livelli pre-pandemia, per poi scendere sensibilmente nel 2023 e recuperare parzialmente nel 2024. Nell’ultimo anno sembra, quindi, essersi chiusa la divaricazione tra la dinamica dei consumi di beni e di servizi.
I consumi di beni chiudono il 2024 senza variazioni significative rispetto alle tendenze generali registrate finora: a fronte di una variazione tendenziale complessiva di +1,6% nel 4° trimestre (a prezzi costanti), analizzando la scomposizione dei beni consumati vediamo che il quadro è piuttosto eterogeneo. Da un lato, abbiamo un’espansione delle spese relative alle abitazioni (+2,4%, incluse le utenze, che soffrono dei rincari dell’energia), per mobili, elettrodomestici e manutenzione della casa (+1,7%) e per la cura della persona (+2,1%). Ma crescono ancor di più le spese per i trasporti (+3,5%) e quelle per ristoranti e alberghi (+4,4%). A questi aumenti, si contrappongono vari capitoli con spese in calo: le contrazioni più significative si registrano per la sanità (-2,3%), bevande alcoliche e tabacchi (-2,2%) e servizi finanziari (-2,0%). Variazioni di ampiezza più contenuta hanno interessato le spese per beni alimentari (+0,2%), vestiario e calzature (-0,2%) e ricreazione sport e cultura (-0,1%) e le spese relative all’istruzione (-0,4%).
Le vendite al dettaglio, unica variabile dal lato della domanda per la quale sono già disponibili i dati di gennaio 2025, mostrano un inizio anno debole (-0,6% le vendite totali in volume, con un -0,5% per gli alimentari e -0,7% per i non alimentari). La debole contrazione è confermata anche guardando alla variazione tendenziale delle vendite (-0,1% le vendite totali in volume, -0,3% per i beni alimentari e 0,1% per i non alimentari). Tra le forme distributive, si segnala un aumento del valore delle vendite nella grande distribuzione (+2,1% tendenziale a prezzi correnti), mentre sono in contrazione le vendite fuori dai negozi (-1,0%) e il commercio elettronico (-3,3%); infine resta invariato il valore delle vendite delle imprese operanti su piccole superfici. Le vendite nei discount (+4,1% tendenziale in valore) restano di gran lunga quelle in maggior crescita all’interno della grande distribuzione, suggerendo che prosegue l’attenzione delle famiglie italiane ai prezzi dei beni, il che a sua volta riflette il fatto che i redditi reali pro-capite restano compressi.
Reddito su, ma anche il risparmio Il reddito disponibile delle famiglie in termini reali nei primi tre trimestri del 2024 si è attestato su un livello medio molto superiore al 2023 (+2,6% acquisito) e ben al di sopra del periodo pre-pandemia (+3,3% rispetto alla media 2015-2019; Grafico 6). Ciò grazie a vari fattori: la riduzione dell’inflazione, che al netto delle oscillazioni recenti dovute agli shock energetici, in Italia resta sotto la soglia del +2,0% annuo; l’aumento del numero di occupati; il recupero dei salari pro-capite; il buon contributo di diverse voci di reddito non da lavoro.
La propensione al risparmio, dopo un 2023 di provvisoria stabilizzazione su livelli pre-pandemia (7,8%), ha ripreso a crescere già nell’ultimo trimestre del 2023, per attestarsi su un livello medio di 9,4% nei primi tre trimestri del 2024. La crescita del tasso di risparmio oltre i valori osservati in media nel passato potrebbe riflettere l’alta incertezza nello scenario internazionale ed europeo; ciò potrebbe aver spinto le famiglie (a redditi più alti) a voler ricostituire almeno parte dello stock di risparmio cui si erano abituate durante la pandemia ed eroso dall’inflazione, aggiungendo una componente di tipo “precauzionale”.
Il maggior flusso di risparmio nel 2024, nonostante la crescita del potere d’acquisto degli italiani, ha frenato la dinamica dei consumi delle famiglie, che è rimasta più contenuta di come sarebbe stata se le abitudini e le preferenze fossero ritornate esattamente come erano nel periodo pre-pandemia.
Investimenti delle famiglie ancora elevati Il tasso di investimento delle famiglie (che si riferisce essenzialmente a spese in conto capitale per le abitazioni) sembra essersi consolidato su livelli abbastanza elevati, registrando un valore medio di 9,3% nei primi tre trimestri del 2024. Quindi, dopo aver toccato un picco pari a 9,9% del reddito nel 2023 a seguito degli incentivi governativi sulle ristrutturazioni delle abitazioni, nei primi tre trimestri del 2024, con tali incentivi in via di esaurimento, il tasso di investimento è sceso ma è risultato più persistente del previsto, rimanendo su livelli quasi doppi rispetto alla media storica del periodo pre-pandemia (5,3% nel 2015-2019).
Prospettive positive per i consumi La maggiore propensione al risparmio delle famiglie frenerà la dinamica dei consumi anche nel 2025 (comunque incorporando un’accelerazione della dinamica rispetto al 2024), ma non nel 2026 quando è attesa una piccola inversione di tendenza. Sulle famiglie, al momento, grava ancora un clima di alta incertezza, che potrebbe spingerle a posporre i consumi (specie di beni durevoli) o in generale a spendere in maniera più cauta. Il consolidarsi dell’aumento del reddito disponibile nel biennio e l’attenuazione dell’incertezza consentiranno un rientro della propensione al risparmio in linea con le tendenze di lungo periodo, favorendo così un’accelerazione dei consumi. Inoltre, il canale del credito al consumo, grazie agli sviluppi attesi di politica monetaria, migliorerà nel 2025 e ancor più nel 2026.
Investimenti sostanzialmente fermi Dopo la vigorosa crescita in uscita dalla pandemia (+21,5% nel 2021, +7,5% nel 2022 e +8,5% nel 2023) gli investimenti fissi lordi in Italia hanno registrato una brusca frenata da inizio 2024, avanzando di un esiguo +0,5% in media d’anno (Grafico 7). Nel biennio previsivo, gli investimenti totali sono attesi stagnare, come risultato di un arretramento quest’anno del -0,8% (in linea con una dinamica tendenziale negativa osservata già nella seconda parte del 2024), che sarà poco più che compensato nel 2026 (+0,9%).
Il rallentamento degli investimenti va letto alla luce degli effetti ritardati della politica monetaria restrittiva, ma anche della crisi dell’industria e delle condizioni di elevata incertezza sulle prospettive economiche a livello internazionale, date le forti tensioni geopolitiche. A questi fattori si è aggiunto l’affievolirsi degli incentivi fiscali, che avevano rappresentato il principale stimolo in grado di sbloccare gli investimenti negli ultimi anni. Nel 2024 il venir meno del Superbonus è stato solo parzialmente compensato dal contributo degli investimenti pubblici finanziati dal PNRR, il cui peso potrebbe rafforzarsi nel 2025. Non ha aiutato, invece, il Piano Transizione 5.0 e le attese sulla sua capacità di stimolare gli investimenti in macchinari rimangono sostanzialmente negative anche quest’anno.
Le condizioni generali per investire stanno migliorando, ma nonostante i ripetuti tagli della BCE, già avvenuti e attesi, la politica monetaria tornerà neutrale solo a fine 2025. Ci troviamo ancora in un ambiente di tassi alti, ed è quindi verosimile scontare un effetto “attesa”, con una quota di investimenti (da finanziare a credito) rinviati dalle imprese in previsione di futuri tagli nel corso dell’anno. Da fine anno, la realizzazione di investimenti privati posticipati, unitamente alla spinta degli investimenti pubblici, sosterrà la ripresa degli investimenti attesa per il 2026.
Due componenti principali frenate da incertezza e incentivi depotenziati La brusca frenata della dinamica degli investimenti da inizio 2024 è dovuta principalmente alla loro caduta nel settore dell’edilizia residenziale: il contributo degli investimenti in abitazioni si è azzerato nella prima metà dell’anno, per poi diventare negativo. Questa dinamica riflette il venir meno della spinta del Super Ecobonus, con gli ultimi investimenti ammessi in detrazione nei primi mesi del 2024. Dopo il -3,1% in media d’anno nel 2024, il calo degli investimenti in abitazioni è atteso accentuarsi nel 2025 (-8,3%), data la scadenza o il ritorno ad aliquote ordinarie di altri incentivi all’edilizia. Nonostante l’impatto positivo del taglio dei tassi di interesse, il calo è atteso proseguire anche nel 2026 (-6,3%). Ciò riporterà in media nel 2026 gli investimenti in abitazioni su un livello a metà tra quello del 2021 e del 2022, corrispondente anche ai valori del 2007 (pre-Lehman).
Gli investimenti in fabbricati non residenziali, invece, hanno continuato il loro sentiero di robusta crescita lungo tutto il 2024 (+9,6%), fornendo un contributo agli investimenti totali pari al +2,0%. Questa componente degli investimenti in costruzioni è stata sostenuta dalle risorse del PNRR dedicate a opere infrastrutturali e di edilizia pubblica. Senza queste risorse, pianificate pari a 13,6 miliardi di euro (con una percentuale di effettivo assorbimento di circa l’82% nel 2024), la crescita dei fabbricati non sarebbe stata superiore al +3,0%. Sempre sulla base della spinta delle risorse PNRR pianificate (21,8 miliardi nel 2025 e 22,8 miliardi nel 2026) e ipotizzando che registrino una percentuale di assorbimento pari a quella del 2024, la componente di investimenti in fabbricati non residenziali è attesa crescere a un ritmo sostenuto anche quest’anno e il prossimo (+7,5% e +4,9% rispettivamente).
La spesa in impianti e macchinari, invece, è arretrata per tutto il 2024, fornendo, in particolare, un contributo negativo alla crescita degli investimenti totali nel 3° trimestre (-1,8%). Ciò presumibilmente anche a causa di un effetto di “rinvio”, nell’attesa che fossero definite le regole di accesso al nuovo incentivo “Transizione 5.0”, annunciato già da luglio 2023, entrato in vigore da inizio 2024, ma reso operativo da un decreto ministeriale emanato solo a fine luglio. Tuttavia, una volta definita, la misura si è rivelata poco attrattiva per le imprese a causa di una serie di difficoltà operative, in relazione alla compliance su certificazioni e rendicontazione degli interventi di efficientamento, che non sono state completamente risolte nemmeno con le semplificazioni procedurali previste dalla Legge di Bilancio 2025. A fronte di queste complessità, il tiraggio del credito di imposta per investimenti 5.0 è stato finora molto sotto le attese, rispetto alle ingenti risorse allocate alla misura (6,3 miliardi di euro). Senza lo slancio precedentemente atteso da Transizione 5.0, e in un contesto di tassi ancora alti, elevata incertezza sulle prospettive economiche a livello internazionale e il protrarsi della crisi dell’industria, gli investimenti in impianti e macchinari sono calati anche nell’ultimo trimestre del 2024 (-2,6% in media d’anno) e si prevede che rimangano in contrazione anche nella prima parte del 2025. Questa aspettativa è confermata dagli indicatori congiunturali più recenti: in particolare, nonostante qualche miglioramento nel 1° bimestre del 2025, la fiducia delle imprese manifatturiere nel settore dei beni strumentali rimane bassa, al di sotto del livello di inizio 2024.
Su tutte le componenti degli investimenti, ma sui macchinari-impianti in particolare, è ragionevole aspettarsi che la politica monetaria possa influire positivamente, soprattutto dalla fine del 2025.
2.2 Export e conti con l’estero
Scambi frenati dal protezionismo USA Nello scenario CSC, la dinamica delle esportazioni italiane di beni e servizi, dopo una debole crescita nel 2024 (+0,4%), si consoliderà nel biennio previsivo su ritmi poco più alti (+1,3% nel 2025 e +1,8% nel 2026), ben inferiori a quelli medi pre-pandemia (+3,3% nel periodo 2014-2019). Le importazioni, in contrazione nel 2024 (-0,7%), torneranno a crescere a ritmi simili a quelli dell’export (+1,2% nel 2025 e +1,9% nel 2026).
Di conseguenza, il contributo dell’export netto al PIL, significativamente positivo nel 2024 (+0,4 punti percentuali), sarà quasi nullo nel biennio previsivo (+0,1 nel 2025 e zero nel 2026).
Rivisti i conti esteri del 2024 Rispetto allo scenario CSC di ottobre scorso, la dinamica nel 2024 di entrambi i flussi di export e import è stata rivista al rialzo dall’Istat. In particolare, la revisione di contabilità nazionale di marzo 2025 registra sia una riduzione dell’import di beni e servizi molto più contenuta nella prima metà del 2024 rispetto all’edizione dello scorso ottobre (scostamento di +2,5 punti percentuali), spiegando sostanzialmente la differenza rispetto alla nostra stima dello scorso ottobre (-2,9%), sia un trascinamento positivo per il 2025 (+0,3%). Anche le esportazioni di beni e servizi hanno subito una revisione al rialzo, molto più contenuta, rispetto a ottobre 2024 (+0,8 punti lo scostamento); resta però un trascinamento negativo per il 2025 (-0,7%).
La debolezza della UE e l’alta incertezza limitano la crescita del 2025 Le previsioni per il 2025 sono state riviste significativamente al ribasso per incorporare uno scenario internazionale in deterioramento, soprattutto dal lato dell’incertezza. Le esportazioni di beni sono previste crescere dell’1,0% nell’anno in corso e rafforzarsi gradualmente nel 2026 (+1,7%). La debolezza dell’Europa, principale destinazione delle merci italiane, si riflette in una domanda potenziale (definita come la crescita dell’import nei mercati di sbocco dei beni italiani) molto più contenuta, +1,3% medio annuo nel biennio di previsione, rispetto a quella di lungo periodo (prossima al +2,0%; Grafico 8).
La politica commerciale protezionistica con la quale ha aperto il suo nuovo mandato il presidente americano Trump, oltre ad aumentare le barriere all’entrata del secondo mercato di destinazione delle merci italiane, gli Stati Uniti, alimenta l’incertezza, variabile deleteria non solo per gli investimenti, ma anche per gli scambi globali. La possibile “guerra” commerciale, che si profila con le misure di ribilanciamento predisposte dai paesi colpiti dalla prima ondata di dazi americani, comporterebbe una compressione del volume degli scambi (si veda il Focus n.1). L’escalation protezionistica USA-UE è un forte rischio al ribasso dello scenario previsivo.
Le importazioni seguiranno una ripresa graduale, riflettendo la risalita delle esportazioni, che si alimentano in buona misura di beni intermedi importati, e il recupero degli investimenti domestici.
Restano deboli gli scambi lungo le filiere produttive Il commercio italiano di beni si è ridotto nell’ultimo biennio, dal lato dell’export (-1,7% cumulato a prezzi costanti; dati doganali) e più ancora da quello dell’import (-5,6%). Il calo è concentrato nei prodotti intermedi, a causa della crisi dell’attività industriale in Italia e in Europa. Per le vendite all’estero, l’unico contributo positivo proviene dai beni di consumo (+0,6%); per gli acquisti dall’estero, invece, oltre ai beni di consumo (+0,7%), un contributo positivo viene anche dai beni strumentali (+0,8%).
La riduzione dell’import di beni intermedi tra il 2022 e il 2024, in particolare, ha contribuito per -3,4 punti percentuali alla contrazione complessiva degli acquisti italiani dall’estero, mentre la diminuzione dell’export italiano di beni intermedi per -1,0 alle vendite all’estero nello stesso periodo.
Se guardiamo solo all’ultimo anno, il contributo maggiore alla riduzione dell’export è invece venuto dai beni strumentali, che rappresentano quasi un terzo delle vendite italiane all’estero, compensato completamente dalla vendita all’estero di beni di consumo. Anche gli acquisti dall’estero dei beni intermedi hanno continuato a ridursi nel 2024, mentre solo l’import di beni di consumo ha contribuito positivamente.
Queste due categorie di beni, intermedi e strumentali, rappresentano la maggior parte degli scambi globali (nel 2023 hanno costituito più dei due terzi del loro valore) e alimentano le connessioni produttive all’interno delle catene globali del valore.
Export per settori molto polarizzato La stazionarietà dell’export manifatturiero nel 2024 (-0,1% rispetto al 2023, dati a prezzi costanti) è il risultato di una polarizzazione settoriale tra comparti che hanno registrato una forte crescita e quelli che hanno subito una brusca caduta. In particolare, le esportazioni degli “altri prodotti manifatturieri”, dei farmaceutici e degli alimentari hanno registrato un aumento consistente (+16,3%, +8,4% e +8,1% rispettivamente), mentre quelle degli “altri mezzi di trasporto”, degli autoveicoli e dei prodotti petroliferi raffinati sono crollate (-13,6%, -12,1% e -11,4%).
Nel biennio di previsione, la composizione merceologica della crescita delle esportazioni italiane potrebbe subire ulteriori profondi cambiamenti. I prodotti farmaceutici, per esempio, hanno come principale mercato di riferimento gli Stati Uniti, la cui apertura ai prodotti esteri è fortemente a rischio, mentre il settore degli altri mezzi di trasporto e anche quello dei metalli di base e prodotti in metallo, attualmente penalizzato dai dazi USA, potrebbero risentire positivamente dell’aumento di domanda di armamenti proveniente dal nuovo (solo annunciato) programma europeo ReArm Europe.
Anche dal lato dell’import, il comparto farmaceutico (+16,3% nel 2024) è il principale settore che ha contribuito alla crescita degli acquisti manifatturieri dall’estero (+0,9%). I comparti che, invece, hanno subito una contrazione maggiore sono gli apparecchi elettrici (-7,0%), i macchinari e impianti (-5,8%), i computer e apparecchi elettronici (-5,7%), riflesso della debolezza degli investimenti domestici per questi ultimi due settori.
Eterogenea la dinamica geografica Nella scomposizione per aree geografiche, la debolezza dell’export di beni nel 2024 è il risultato di un calo nel mercato UE (-1,9%), solo parzialmente compensato da un aumento in quello extra-UE (+1,2%).
Il calo dell’import, invece, deriva da una riduzione in entrambe le macro-aree (-2,2% intra-UE e -6,2% extra-EU); la dinamica degli acquisti extra-UE, in particolare, è molto influenzata dalla caduta, in valore, delle importazioni di energia (gas e petrolio).
Sono in contrazione le esportazioni italiane nei principali mercati di destinazione europei: Germania (-5,0%) e Francia (-2,1%; Grafico 9). Pesano in questi mercati soprattutto le cadute delle vendite di autoveicoli, metalli e prodotti in metallo, macchinari e apparecchiature.
Dal lato dell’import, fa eccezione alla generale caduta la tenuta nel 2024 degli acquisti italiani di beni francesi, concentrata nei metalli, nella chimica e nei prodotti alimentari e agricoli.
Inoltre, nel corso del 2024 si sono molto raffreddati anche gli scambi italiani con i principali paesi extra-UE: Stati Uniti e Cina (secondo mercato di origine; Grafico 10). Il calo delle vendite italiane negli USA (-3,6%) deriva soprattutto da una performance molto negativa degli altri mezzi di trasporto, oltre che degli autoveicoli e dei metalli. Si sono invece molto rafforzate, in entrambe le direzioni di scambio, le filiere della farmaceutica e degli alimentari.
La forte caduta delle vendite italiane in Cina (-20,0%) è stata determinata da un crollo nella farmaceutica (-79,1%), che sconta in modo meccanico il boom temporaneo registrato nei primi mesi del 2023 (connesso a uno specifico farmaco prescritto contro il Covid), ma ha coinvolto anche macchinari e apparecchiature, che costituiscono quasi un quarto delle vendite in Cina. Invece, gli acquisti italiani dalla Cina, che erano esplosi nel biennio 2021-2022 (specie in settori di base come chimica e metalli, anche per l’aumento dei prezzi) e poi parzialmente rientrati nel 2023, sono tornati a salire nel 2024, trainati dai prodotti chimici. Nel complesso, la dipendenza italiana dalle forniture cinesi appare aumentata rispetto al periodo pre-pandemia.
Si riposizionano gli scambi italiani È ancora in corso, quindi, una profonda riconfigurazione degli scambi commerciali italiani con le altre grandi economie mondiali, connessa alle tensioni e alle incertezze nei rapporti geoeconomici internazionali (si veda il par. 7).
Il Centro Studi Confindustria ha costruito un indicatore della velocità di ricomposizione degli scambi italiani per mercato di origine e destinazione, in base alla variazione delle quote per paese/prodotto (con un elevato grado di dettaglio merceologico, per eliminare l’effetto della variazione dei prezzi relativi). In base a questo indicatore, il ritmo di riconfigurazione degli scambi si è ridotto nel 2024 rispetto ai massimi raggiunti nel biennio 2022-2023, soprattutto dal lato delle importazioni (Grafico 11): è già avvenuta, infatti, una revisione strutturale delle fonti di fornitura energetica, in sostituzione della Russia. Ma tale velocità, sia dal lato dell’import che da quello dell’export, resta nettamente superiore a quella (fisiologica) degli anni pre-pandemia.
Prospettive a breve termine Secondo i primi dati di gennaio 2025, il commercio estero dell’Italia risulta in crescita: molto più marcata per le importazioni (+3,2% in valore rispetto a dicembre) che per le esportazioni (+0,6%). A trainare le vendite italiane è il mercato europeo (+1,8%), mentre diminuisce la domanda extra-UE di prodotti italiani (-0,6%).
Nei primi due mesi del 2025 le prospettive di crescita restano però deboli: i giudizi sugli ordini esteri per le imprese manifatturiere italiane (PMI) rimangono in territorio recessivo, da quasi due anni.
In riduzione il deficit commerciale nei servizi Gli scambi di servizi sono aumentati nel 2024, sebbene a un ritmo più modesto rispetto al 2023. Le importazioni sono cresciute del +0,7%, a prezzi costanti, mentre le esportazioni hanno mantenuto un ritmo più elevato (+3,3%).
Prosegue perciò il diffuso miglioramento del saldo delle principali voci dei servizi. Il surplus con l’estero nei viaggi internazionali ha raggiunto quasi i 21 miliardi di euro nel 2024, in miglioramento rispetto a quello già elevato del 2023. I viaggi in Italia dei non residenti, misura del turismo estero nel nostro paese, e i corrispondenti viaggi all’estero dei residenti, hanno continuato a crescere a ritmi simili nell’ultimo anno, mantenendo il saldo positivo a favore del turismo in entrata in Italia.
Gli altri servizi (alle imprese, finanziari, informatici, ecc., al netto dei trasporti), che rappresentano più della metà del totale dei servizi scambiati, registrano per entrambi i flussi un consolidamento su livelli molto al di sopra di quelli registrati nel 2019. Il deficit di questa componente si è ridotto (-8,5 miliardi di euro nel 2024, quasi 3 miliardi in meno rispetto al 2023) grazie a una maggiore crescita dei servizi venduti all’estero (+6,7%) rispetto a quelli acquistati (+3,3%).
Il servizio dei trasporti è l’unica componente a registrare un aumento del deficit con l’estero, sebbene molto contenuto (-15,3 miliardi di euro nel 2024, rispetto a -15,1 nel 2023). Infatti, lo scarto tra i servizi di trasporto acquistati rispetto a quelli venduti all’estero resta molto elevato, sebbene nel 2024 ci sia stata una crescita più moderata dell’import di trasporto (+3,4%) rispetto all’export (+5,8%).
Si consolida il surplus corrente La graduale diminuzione delle quotazioni energetiche (petrolio e gas) nell’ultimo biennio, seppure su livelli relativamente elevati, ha permesso un recupero delle ragioni di scambio dell’Italia con l’estero (+10,8% nel 2023 e +3,0% nel 2024).
Ciò si riflette in un miglioramento del deficit energetico con l’estero (-2,3% del PIL nel 2024, da -5,6% nel 2022; dati Istat), favorito anche da un contenimento dei volumi di energia acquistati (grazie al clima più mite). Di conseguenza, il surplus commerciale è risalito al +2,8% del PIL nel 2024, avvicinandosi ai livelli pre-pandemia (+3,2% nel 2019; Grafico 12).
Nello scenario CSC, le ragioni di scambio peggioreranno lievemente nell’anno in corso (per un aumento del prezzo del gas, solo parzialmente compensato da un calo di quello del petrolio) e recupereranno nel prossimo (grazie a una riduzione di entrambe le quotazioni).
Inoltre, l’export di beni in volume è visto crescere a ritmi lievemente minori dell’import nel biennio previsivo, a causa dei freni già evidenziati nei mercati internazionali. Nel complesso, le dinamiche di prezzi e quantità comporteranno una sostanziale stabilizzazione del surplus commerciale intorno al +2,5% del PIL, cioè su livelli appena inferiori a quelli del 2024.
Il saldo dei servizi è migliorato, quasi azzerando il deficit nel 2024 (-0,1% del PIL), grazie anche alla robusta crescita del turismo in Italia (+1,0% il surplus alla voce viaggi). È atteso stabilizzarsi nello scenario previsivo.
Il deficit alla voce redditi, infine, è rimasto ampio (-1,3% del PIL nel 2024), a causa del peggioramento del saldo dei redditi primari negli ultimi due anni, connesso soprattutto agli alti rendimenti dei prestiti e depositi a breve termine del sistema bancario italiano (istituti privati e Banca d’Italia) detenuti all’estero. Grazie alla graduale diminuzione dei tassi ufficiali, questa tendenza si è già invertita negli ultimi mesi e il saldo è atteso migliorare nel biennio previsivo, sostenendo i conti con l’estero.
Nel complesso, quindi, il surplus delle partite correnti, pari a +1,4% del PIL nel 2024, si stabilizzerà all'1% nel 2025-2026. I ripetuti avanzi di parte corrente permetteranno un rafforzamento della posizione patrimoniale netta dell’Italia con l’estero, pari a +12,2% del PIL alla fine del 3° trimestre 2024, ovvero in territorio ampiamente positivo.