L'occupazione

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3.          L’occupazione

3.1        ULA e occupati

La dinamica dell’input di lavoro si riallinea a quella del PIL Nel 2025 e 2026 il ritmo di crescita dell’input di lavoro, misurato in termini di unità equivalenti a tempo pieno (ULA), è atteso riallinearsi con quello dell’attività economica, registrando aumenti rispettivamente del +0,5% e +0,7%, a fronte del +0,6% e +1,0% del PIL. Questo andamento atteso si discosta da quello dei due anni precedenti, quando le ULA sono cresciute a un ritmo ben più sostenuto (+4,7% cumulato) rispetto al PIL (+1,4%), comportando un arretramento della produttività del lavoro.

Anche la crescita dell’occupazione in termini di teste è attesa smorzarsi, ma attestandosi su un ritmo lievemente superiore a quello delle ULA: +0,6% nel 2025 e +0,8% nel 2026. Ciò è in linea con l’attesa che le ore lavorate per occupato si riducano ancora lievemente, a ulteriore parziale rientro del forte allungamento degli orari osservato nel biennio 2022-2023 (+2,4% tra fine 2021 e inizio 2024, -0,8% da allora a fine anno). Gli andamenti previsti per l’occupazione sul “margine estensivo” e su quello “intensivo” si tradurranno in un seppur lieve miglioramento della produttività del lavoro: +0,2% medio annuo quella per ora lavorata nel 2025 e nel 2026, dopo i forti cali registrati negli anni precedenti (-1,6% nel 2024 e -1,7% nel 2023).

Costruzioni: il rientro degli orari smorza il calo degli occupati Nel comparto edile, la straordinaria espansione del valore aggiunto registrata da inizio 2021 è stata accompagnata da un rialzo dell’input di lavoro di intensità ben al di sotto: +45,8% il valore aggiunto il 1° trimestre 2023 sul 4° 2019 contro il +21,8% delle ULA, a loro volta cresciute molto più degli occupati (+12,9%), dato il marcato allungamento delle ore lavorate pro-capite (quasi 3,5 ore in più a settimana). Da inizio 2023, con livelli di attività in lieve avanzamento, sia il divario apertosi tra valore aggiunto e ULA sia quello solo tra ULA e occupati si sono un po’ assottigliati (Grafico 13). Ora che il ciclo delle costruzioni cambierà segno (dalla primavera 2025, nelle previsioni CSC), entrambi i divari sono attesi continuare a chiudersi progressivamente. Ciò implica che le ULA caleranno meno del VA, e l’elasticità sarà ancora più bassa per il numero di occupati, data la contemporanea riduzione delle ore lavorate per occupato.


Produttività del lavoro: torna in lieve rialzo nell’industria... L’industria in senso stretto è il settore dove, con la crisi energetica, si è manifestato un vero e proprio fenomeno di “occupazione senza crescita”: il valore aggiunto è arretrato del 3,1% dall’ultimo quarto 2021 all’ultimo 2024, e nello stesso periodo le ULA sono aumentate del 3,2% (si veda anche il Focus 3). Ciò ha compresso la produttività del lavoro, che in termini di ore lavorate è scesa del 6,1% in tale periodo (-4,6% a fine 2024 rispetto ai livelli pre-pandemia).

I dati trimestrali di Contabilità Nazionale indicano che solo nel 2° trimestre 2024 l’ulteriore calo congiunturale del valore aggiunto industriale (-0,7%) è stato accompagnato da una contrazione delle ULA (-0,3%) e delle ore lavorate per occupato (-0,9%), mentre nel resto dell’anno l’input di lavoro è rimasto in espansione. Il calo nell’utilizzo dell’input di lavoro registrato in primavera per il settore industriale probabilmente riflette un maggiore impiego di ore di Cassa Integrazione Guadagni (CIG). In effetti, secondo i dati INPS le ore autorizzate di CIG nel settore manifatturiero sono cresciute del 30% nel 2024 rispetto al 2023, a indicazione almeno dell’intenzione delle imprese di fare un maggiore ricorso a riduzioni temporanee (totali o parziali) degli orari. Segnali di un ampliamento nell’utilizzo della CIG emergono anche dai dati riguardanti le ore effettivamente impiegate: +42% nel settore industriale nel 2024.

Il rafforzamento dell’attività industriale, che nelle previsioni del CSC è atteso non prima di metà 2025, sarà accompagnato, anche nel 2026, da una crescita dell’input di lavoro, a ritmo più moderato. Ciò permetterà un miglioramento, seppur contenuto, della produttività del lavoro, la cui variazione è prevista tornare in territorio positivo nel corso di quest’anno e rafforzarsi un po’ il prossimo.

… e rimane alta nei servizi L’aggregato dei servizi privati è stato caratterizzato in uscita dalla pandemia da ampi guadagni di produttività: nel 3° trimestre 2022 il valore aggiunto segnava già un +5,7% rispetto a fine 2019, mentre le ULA non avevano ancora recuperato il livello pre-pandemia (-0,6%). Da allora, l’input di lavoro ha cominciato a crescere a un ritmo più sostenuto, assottigliando i guadagni di produttività ma non azzerandoli (+7,8% il valore aggiunto, contro +5,7% le ULA a fine 2024 su fine 2019).

Analizzando più nel dettaglio i vari comparti dei servizi, si nota che l’aumento della produttività media è in parte spiegato da effetti di ricomposizione, con comparti a produttività del lavoro elevata in espansione (come il settore dell’informazione e comunicazione, +20,8% il valore aggiunto sul pre-pandemia) e comparti a bassa produttività il cui peso si è fortemente ridimensionato (come i servizi di arte e intrattenimento, +3,5% il valore aggiunto). Tuttavia, vi sono stati anche guadagni di produttività all’interno dei comparti. Ciò è vero, per esempio, per i due settori più ampi nell’aggregato dei servizi privati: quello del commercio, riparazioni, trasporti, alloggio e ristorazione, dove tuttavia il guadagno si è quasi azzerato a fine 2024; e quello delle attività professionali, scientifiche e tecniche, e servizi di supporto, dove invece è rimasto ampio (Grafico 14).


Per il biennio 2025-2026, ci si attende che la dinamica delle ULA nei servizi privati si attesti un po' al di sotto di quella del valore aggiunto, in linea con l’ipotesi che i guadagni di produttività tornino a espandersi, anche grazie a un efficientamento dei processi reso possibile da una maggiore diffusione di soluzioni tecnologiche.

 

3.2        La disoccupazione

Disoccupazione stabile La buona performance dell’occupazione in uscita dalla crisi sanitaria ha permesso un rientro del tasso di disoccupazione, dal picco del 10,2% toccato ad aprile 2021 al 6,0% a novembre 2024, un minimo raggiunto l’ultima volta nella primavera del 2007, appena prima della grande crisi finanziaria. Tenendo conto del rialzo registrato a dicembre, il tasso di disoccupazione nel 2024 si è attestato in media d’anno al 6,5% (dal 7,6% nel 2023) ed è atteso scendere ulteriormente, a 6,3% nel 2025 e a 5,8% nel 2026, grazie a un’occupazione ancora in aumento (come visto sopra) e a una forza lavoro in moderata espansione (+0,4% in entrambi gli anni).

I dati mensili Istat dell’indagine Forze Lavoro mostrano come nel 2022 e buona parte del 2023 l’espansione dell’occupazione è andata di pari passo sia con un calo del numero di disoccupati, sia con una crescita della forza lavoro: la ripresa dell’offerta di lavoro è stata, infatti, sostenuta dalla diminuzione del numero di persone inattive. A sua volta la diminuzione degli inattivi è avvenuta grazie a un forte aumento del tasso di attività (da 65,2% a inizio 2022 a 67,1% a fine 2023), tale da controbilanciare la contemporanea diminuzione della popolazione in età lavorativa.


Tra fine 2023 e fine 2024, invece, l’ulteriore aumento degli occupati è stato accompagnato pressoché uno a uno da un calo dei disoccupati: la forza lavoro è, infatti, rimasta praticamente stabile. Nello stesso periodo, gli inattivi sono aumentati, a riflesso di una temporanea espansione della popolazione in età lavorativa, con un tasso di attività pressoché fermo.

Nei dati mensili più recenti disponibili (fino a gennaio 2025) si scorge un’ulteriore inversione di tendenza da novembre scorso, con forze lavoro di nuovo in rialzo, e ciò grazie a un tasso di attività anch’esso di nuovo in rialzo (tanto che il numero di inattivi è diminuito, nonostante la popolazione sia tornata a puntare verso il basso; Grafico 15).

Per il biennio 2025-2026, le previsioni del CSC incorporano l’ipotesi di una forza lavoro che continua a espandersi, ma a un ritmo ben più moderato rispetto al balzo osservato negli ultimissimi mesi. Quest’ultimo, infatti, non solo potrebbe essere ridimensionato nei prossimi aggiornamenti dei dati mensili (le revisioni dei dati mensili sono spesso ampie, essendo essi stimati su sotto-campioni), ma soprattutto non può essere duraturo, perché incompatibile con lo strutturale calo demografico in atto e con un aumento del tasso di attività plausibile in un orizzonte di breve periodo.

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